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the stooges


E' sempre difficile scrivere degli Stooges, perché non c'é più niente che non sia già stato detto. Una cosa però è certa: se gli Stooges di Iggy Pop, di Ron e Scott Asheton e Dave Alexander, non fossero mai venuti alla luce in quel di Detroit, non avremmo mai avuto il piacere di conoscere il punk...
E nel caso tale affermazione sembri eccessiva, basta provare a passare al setaccio le nostre collezioni di dischi e fare il conto delle cover degli Stooges, con le quali tutti, ma proprio tutti, dai personaggi più evidentemente ispirati da Iggy & Co. a quelli più improbabili, si sono cimentati. Una delle più formidabili macchine da rock'n'roll di tutti i tempi, da classificare a questo punto e in questi tempi, alla voce Musica Sacra, nonostante e forse a discapito degli Stooges stessi: d'altronde, lo stesso Lester Bangs negli anni Settanta, lapidario, parlando del potenziale liberatorio implicito nella loro musica e nei loro testi, definiti antisociali, deprimenti e nichilisti, dichiarava, estasiato, che gli Stooges non sono musica per i secoli a venire.
Certo è che Bangs, scomparso nel 1982, si è sicuramente risparmiato l'involuzione, la trita ripetizione sonora e l'inutilità più totale della maggior parte del panorama/industria musicale disseminata odierni, e ci viene da chiedersi che cosa mai penserebbe e scriverebbe a vedere Iggy Pop, a sessant'anni suonati, torace nudo, saltellare, atteggiarsi e sibilare parolacce nel più (im)puro cerimoniale del vetero-punk d'annata, in altre parole, il concerto di questa sera, il solito grande show, divertente, dissacrante, potente.
Attacco fulminante con "Loose", "Down on the street", "1969" e "TV eye".

A seguire "I wanna be your dog", "No fun", "Fun house" e l'inno generazionale "Search and destroy"... come si può facilmente capire, è difficile restare calmi e indifferenti, il corpo si muove da solo, la gola si serra, niente da fare, l'emozione ci avvolge e non ci fa più ragionare. Il rock essenziale/eccessivo degli Stooges non consola nè placa le anime, ma continua a graffiare e a fare male. Chitarra distorta e ipnotica, basso pieno e pulito, drumming ossessivo, niente di diverso, nessuna pseudoevoluzione: finale travolgente con una versione anfetaminica di "Raw power" e rientro al vetriolo con "Dirt" e "Little doll".
Iggy con voce ruvida saluta, e noi ci inchiniamo alla leggenda.

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